La Danza Sacra alla Dea ritorna nel Tempio di Kali e Shiva a Roma

La dea Kali e il suo Mandir romano



Il Baba, Yogi Krishnanath insieme ad Amarnath e Gorinath
di M. Daniela Basile - Foto di Sebastiano Greco
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“Le religioni monoteiste dividono in dualità ogni cosa. Nell’induismo bontà e aggressività sono, insieme, parte del divino” spiega yogi Krishnanath, guru di origine italiana, seduto a gambe incrociate davanti al fuoco sacro del Kalìmandir, Tempio di Kalì, di via Ranelletti a Roma.

dea Kalì in una raffigurazione presente nella sala del Fuoco
Zona Casal Lumbroso. Superato il simbolo induista dell’Om, disegnato sul cancelletto d’ingresso, si entra altrove. La Roma caotica scompare, l’Italia si intravede appena. E in questo frammento d’India, ecco la dea Kalì. Ha i demoni che ha ucciso appesi al collo e la lingua rossa di sangue. Divoratrice e allo stesso tempo donna virtuosa e Madre del mondo. Nel giardino il suo tempietto è più grande degli altri e la porta le permette di guardare l’altare dove gli induisti, di ogni parte di Roma, offrono la puja, preghiera rituale. Latte, cibo, incenso e il suono di una conchiglia vengono donati al Lingam, grande pietra ovale di Shiva, simbolo fallico posto sull’altare. I doni devono rappresentare i quattro elementi: fuoco, aria, terra e acqua. “Il Lingam e il fuoco sacro, bocca di Dio, sono assai potenti. Quando la meditazione di gruppo è all’unisono se ne sente il forte flusso”.

Un fedele indiano in preghiera. Versa il latte sul Lingam
Un 25 aprile 2012 atipico per il gruppo che ha partecipato alla gita al tempio organizzata da Katiuscia Carnà, giovane organizzatrice di eventi culturali per l’associazione Italia-Bangladesh. La risposta è stata numerosa, trenta persone sono arrivate al tempio: universitari di hindi, professionisti con un annale interesse per l’India e studenti di fotografia che portano avanti un progetto sulle religioni. Non sono mancati i frequentatori fissi: italiani convertiti e una famiglia indiana venuta per rendere omaggio alla dea. Osservando i diversi altarini sparsi nel giardino ci si accorge che ogni divinità è raffigurata nel suo genere con accanto una statuetta più piccola che rappresenta il femminino o mascolino complementare. “Tutto è uno. La sostanza degli esseri contiene femminile e maschile” spiega Gorinath “e l’energia sessuale non è un tabù”.

Krishnanath e Gorinath rispondono alle domande
Il mondo maya e la vita nel tempio. Marco, oggi Amarnath, ha accolto gli ospiti con il Chai, composto da thè, latte, zucchero, acqua, zenzero, cardamomo, pepe nero e  chiodo di garofano. Ne ha raffinato ricetta e preparazione. Non un bicchiere ha lasciato vuoto. Italiano convertito, da quattro anni vive tra il tempio e la città. “Lavoro ancora. Vorrei staccarmi del tutto dal mondo materiale chiamato maya, regno dell’illusione; e stare solo nel tempio insieme al Baba (termine hindi che significa “padre”)  e Gori. Sarà Baba a dirmi quando arriverà quel momento”. E’ stato iniziato da poco. Yogi Krishnanath, yogi significa purificato, davanti all’altare gli ha sussurrato un mantra nell’orecchio e gli ha donato una collana, i cui ciondoli sono: un mala Chirmi nero, raro seme della dea Kalì, e un fischietto simbolo dei Nath, gruppo di cui Yogi Krishnanath è parte.
Vivere in un Kalimandir. Gorinath, insegnante italiana ormai in pensione, invita gli ospiti a mettersi in cerchio nel giardino. Racconta la giornata tipo del tempio dove vive da due anni insieme al Baba. Svegli verso le quattro del mattino, raccolgono i fiori per il tempio, mettono ordine, preparano gli strumenti musicali e omaggiano i vari mandir recitando l’arti, preghiera cantata. Il resto della giornata è dedicata all’accoglienza. “Ogni giorno passano dalle dieci alle venti persone”. Vanno soprattutto indiani: portano il prasad, cibo-offerta cucinato in casa, e dopo aver pregato si siedono insieme al guru per parlare di sé stessi, dei dispiaceri e delle gioie.
Gorinath non ha più legami con il mondo maya. “E’ stato un distacco graduale. Pochi giorni fa ho dato agli zingari tutto il mio guardaroba. Era l’ultimo legame con il mondo materiale. Se mi servirà un vestito me lo farò da sola.” Da sei anni segue l’induismo, è andata in India la prima volta nel 2000. “Ero cattolica un tempo, ho battezzato i miei tre figli. Poi sono iniziati problemi e riflessioni sul Cattolicesimo. Divorziai, non sono mai stata assolta e come tutti i divorziati, l’eucarestia non potei più prenderla”. In India invece trova immediata accoglienza e comprensione, senza mai sentirsi estranea o esclusa. “Nei templi chiunque mi spiegava come fare con il tilak, mi davano il prasad. Non avevo bisogno di chiedere.”
Il Fuoco Sacro e la preghiera-Danza. Mentre Marco prepara il pranzo, nella sala del Fuoco Sacro tutti hanno partecipato a un rito purificatore. Seguendo l’esempio e il canto del guru, all’unisono hanno lanciato dentro la bocca di Dio, fuoco che rimane acceso tutto il giorno, un impasto fatto di riso, zucchero, uva passa e mandorle. L’enorme canna fumaia  è stata costruita e decorata dal Baba che si scopre essere un abile scultore. Concluso il rito, il gruppo ha affollato la sala dove Marialuisa Sales, docente italiana di diritto e ballerina professionista, si è esibita senza essere interrotta o catturata dai flash delle macchine fotografiche. La danza Bharatanatyam della quale spiega storia e struttura ha attraversato la leggerezza e la pesantezza dell’esistenza umana, la misericordia e la durezza delle divinità.
Il sole, l’ombra e le parole di dio. Del pranzo, naturalmente vegetariano, ha colpito il dolce fatto di riso, zucchero e latte. Dopo è arrivato il relax e ormai gli ospiti scherzavano con confidenza. Yogi Krishnanath ha preferito il baluginio delle parole di Dio che schioppettavano ipnotiche al Kalimandir. Laggiù, in zona Casal Lumbroso. Subito dopo quel semplice cancelletto con un Om disegnato sopra. Una silenziosa porta spazio-temporale; compresa di jet lag. Attenzione: il ritorno al mondo maya potrebbe essere traumatico.