AFRODITE INDIANA A POMPEI

Da “SAPERE” – Ulrico Hoepli Editore
Anno V - Volume IX - n. 102 -  31 marzo 1939 - XVII
AFRODITE INDIANA A POMPEI
di g.d.f.
Maria Luisa Sales
Nello scorso ottobre, al quartiere dei nuovi scavi in Pompei, è stata trovata, fra la suppellettile di bronzo vetro e terracotta di una grande abitazioni-privata che ha il suo portale d'ingresso sulla Via dell'Abbondanza, una statuetta eburnea, bello e schietto prodotto di arte sicuramente indiana, studiata e descritta da Amedeo Maturi, Sopraintendente alle antichità della Campania e del Molise, in un interessante articolo comparso sulla rivista LE ARTI pubblicata a cura della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti (fasc. II, Dicembre-Gennaio XVII) da cui togliamo le notizie che seguono.
La statuetta, alta 25 cm, e quasi intatta e molto verosimilmente serviva da manico a un emblema ornamentale o a un attributo sacro, se non ad un oggetto di pratico uso, quale potrebbe essere uno specchio. Al disotto della base è inciso sottilmente, ma nitidamente, un segno alfabetico della scrittura kharosthi in uso nell'India Occidentale dal IlI sec. a. C. al III sec. d. C., quello del tridente (trisula) usato come formula invocativa del dio Siva o, più genericamente, quale termine propiziatorio di preghiera, che il Maiuri, però, ritiene più semplicemente essere un contrassegno dell'artefice o della sua officina.
La statuetta raffigura una divinità femminile associata con altre due figure minori pure femminili, quasi di ancelle ministre della dea: è questa Laksmi detta anche Sri, dea della bellezza e della felicità, sposa di Visnu e le due ancelle serventi, personificazioni di ninfe, stanno a simboleggiare il mito della sua nascita dalle onde dell'oceano, concezione analoga a quella del mito dell'Afrodite greca.
E Laksmi sfoggia. su questa statuetta il più vistoso e complicato abbigliamento di monili e gemme che finora ci abbia dato la rappresentazione del nudo femminile indiano, e che il Maiuri descrive con amore r con precisione nella citata  memoria.
La dea regge con la mano sinistra sollevati, come per attenuarne il peso, due grossi orecchini, mentre l'altra mano, sollevata e girata dietro la nuca, a sorreggere sul dorso un festone della ricca collana
Ignuda, con ricco perizoma alla vita da cui scendevano ai lati le pieghe, forse seriche, di uno scialle {paridhãna} la dea porta, secondo il costume, armilloni e manicotti che le fasciano e serrano il piede e la caviglia, e armille e monili che le fasciano l'avambraccio. Una pesante collana è fermata da un pendaglio a fiore di loto: sulla fronte un grosso pendaglio a rosetta, forse emblema sacro: dietro la nuca, un enorme spillone; infine, due lunghe file di collane, l'una a fiori di loto, l'altra a foglie di palma, dopo aver contornato il capo del dea, scendono giù per le spalle fino alle reni, quasi a formare il duplice orlo di una ricca gualdrappa .sfarzosamente frangiata, ornata di un grande rosone centrale e di fasci dì fiori di loto.
Ma l'interesse che desta la statuetta in sé è superato da quello derivante dal fatto del suo ritrovamento a Pompei.
Questo fatto ci da con l'anno 79 d. C. un sicuro terminus ante quem; non altrettanto sicuro il terminus post quem, dato che l'arte dell'avorio in India ci era nota finora solo da tardi prodotti medioevali e che i nostri riferimenti stilistici e formali riguardano più che altro i grandi monumenti dell'architettura e del rilievo. Comunque, Maiuri riconosce nella statuetta, formalmente e stilisticamente, uno schietto prodotto d'arte indiana senza alcuna influenza ellenistica: completamente estranea, anche religiosamente, all'arte greco-buddistica di Gandhàra.
Per quale via e pervenuta a Pompei la statuetta della Venere indiana? È noto che il traffico fra l'Oriente e le coste campane si svolgeva fra i due grandi centri di Alessandria e Pozzuoli: e a Pozzuoli aveva la sua sede, fin almeno dall'anno 40 a. C., una comunità di arabi (Nabatèi) con una loro «mahranta», santuario e sede di associazione, di cui ci restano alcune iscrizioni e due basi consacrate al dio Dusàres; questi Arabi, appunto, conservarono a lungo durante l'impero la loro specifica funzione di importatori di merci di gran lusso (perle, gemme, sete, spezie e aromi) dall'Arabia e dall'India.
Tuttavia bisogna ricordare che dopo la spedizione di Elio Gallo, ordinata da Augusto (a. 25-4 a. C.) per assicurare i porti dell'Arabia meridionale al commercio romano e riattivare quelli della costa egiziana del Mar Rosso, la politica orientale da Tiberio a Nerone fu quella delle relazioni marittime dirette con l'India a mezzo di vere e proprie flotte mercantili presidiate da armati: e il Mar Rosso fini per essere non più una linea di confine infestata da predoni e da pirati, sibbene una specifica via commerciale per i traffici con l'Oriente.
E l'acuta indagine del Maiuri indurrebbe a porre come probabile data dell'importazione della statuetta l'età neroniana. dell'imperatore cioè cui si attribuisce il merito di aver perseguito una più attiva politica mercantile con l'Oriente arabo e indico.
Come spiegare la presenza di una statuetta di una delle maggiori divinità indiane in un'abitazione pompeiana, custodita come un oggetto di pregio insieme con altri arredi di vetro e di bronzo? Oggetto di culto di una schiava o ricordo prezioso e curioso di un patrizio o di un ricco mercante, frequentatore del mercato di Alessandria e raccoglitore di esotici prodotti d'arte e di religione orientale?
Forse la bella statuetta conserverà il suo segreto, ammenocchè lo scavo completo della casa non ci dia, se non dati precisi, elementi almeno probativi per più legittime induzioni.
Sarà memorabile, comunque - conclude il Maiuri - non solo nella storia degli scavi pompeiani, ma nella storia delle scoperte della civiltà mediterranea, il ritrovamento, a Pompei. di un primo unico e prezioso oggetto dell'arte e della religione indiana.